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Cosa sta accadendo nel mondo tessile?

Moda e design, soprattutto in Italia, sono elementi identificativi per molti di noi.

Tuttavia, pochi sanno che l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo a causa dell’intensivo utilizzo di acqua per la coltivazione di alcune fibre naturali come il cotone e dell’eccessivo impiego di risorse idriche, energia e alcune sostanze chimiche considerate tossiche durante i processi di trasformazione.

Inoltre, l’intero comparto è tuttora ancorato ad un modello di economia lineare, ossia una logica produttiva del “produci-usa-getta”. Ciò significa che la maggior parte delle aziende tessili produce filati, tessuti e capi finiti ad elevato impatto ambientale che sono poi acquistati dal consumatore finale, utilizzati per un tempo piuttosto limitato e gettati nella spazzatura senza una raccolta ad hoc che ne permetta il riciclo.

Inoltre, sono pochi i consumatori attenti e sensibili al tema. Negli ultimi anni, infatti, l’introduzione del fenomeno “fast-fashion”, ossia di grandi catene d’abbigliamento e arredamento a basso prezzo, ha costruito nella mente delle persone l’idea che sia giusto acquistare continuamente prodotti economici ma alla moda a scapito della qualità e della sostenibilità. Eh sì, perché prodotti a basso costo sono spesso il risultato della non curanza delle buone pratiche di produzione e di rispetto per l’ambiente e per i lavoratori.

Infatti, le aziende tessili manifatturiere che producono per le grandi catene di distribuzione vivono una costante guerra al prezzo che spesso premia chi applica l’importo più basso, a scapito della qualità e della sostenibilità. Anche se molti brand conosciuti a livello globale si spendono in costose campagne di marketing per testimoniare il proprio impegno verso tematiche ambientali e sociali, si tratta piuttosto di attività di comunicazione volte a migliorare l’appeal verso un consumatore consapevole, ma non sempre sono supportate da vere e proprie logiche sostenibili nella scelta della propria catena di produzione.

Un ultimo aspetto che mina lo sviluppo sostenibile in ambito tessile riguarda il fatto che molte aziende producano enormi quantità di filati, tessuti o abiti che rimangono spesso invenduti e dimenticati all’interno di enormi magazzini fatiscenti.

Si tratta spesso di prodotti di qualità, che per essere realizzati hanno richiesto un’enorme quantità di risorse e che quindi non possiamo che considerare un triste ed enorme spreco.

All’interno di questo panorama poco confortante si sta tuttavia assistendo ad una lenta e timida transizione verso un nuovo modello economico, chiamato “economia circolare”. Ciò che sta accadendo è semplicemente un’inversione verso una nuova ed ideale metodologia di produzione e consumo in cui risulta molto importante, per prima cosa, progettare tipologie di prodotto che abbiano caratteristiche di sostenibilità dei materiali, durabilità e riciclabilità. In secondo luogo, questo permetterebbe dunque di rendere il processo “produci-usa-getta” un circolo virtuoso “progetta consapevolmente-produci in modo sostenibile-usa a lungo-getta correttamente-ricicla”.

Al momento, però, vi sono importanti limiti che non permettono di raggiungere la situazione ideale appena descritta. Ciò dipende da vari fattori: per prima cosa vi sono limitazioni tecnologiche che non permettono di riciclare capi contenenti diverse tipologie di fibre, oppure vi sono famiglie di fibre che possono essere riciclate limitatamente realizzando prodotti di scarsa qualità.

Inoltre, è poco diffusa una fase del processo che invece è basilare, ovvero la progettazione consapevole. Bisogna cominciare a pensare il prodotto già con l’idea di cosa accadrà alla fine del suo ciclo di vita.

Nonostante ad oggi i limiti appena descritti rallentino questa transizione, è possibile perseguire la filosofia e i principi di economia circolare in modo alternativo. Un metodo è ad esempio quello impiegato da Verde Salvia Home.

Per prima cosa è importante sfatare l’idea secondo cui alla parola “scarto industriale” debba inevitabilmente corrispondere un prodotto di scarsa qualità. Lo scarto non è sistematicamente merce di poco conto destinata all’inceneritore.

Spesso, si tratta semplicemente di una sovrapproduzione rimasta invenduta, oppure di una campionatura che non ha abbagliato l’occhio del capo dell’ufficio stile perché il disegno o la nuance non hanno convinto, oppure di piccole pezze o ritagli che non possono più essere venduti perché la quantità è troppo limitata.

Ecco perché noi crediamo che “scarti di produzione” di questo genere, dimenticati in molte delle magnifiche e storiche aziende manifatturiere del nostro territorio, debbano avere una seconda possibilità! Questo grande spreco ha bisogno di essere valorizzato e di subire una trasformazione che lo renda utile. Ciò permette di riutilizzare tessuti già esistenti che hanno richiesto risorse per essere prodotti e contemporaneamente di rallentare una produzione ed un consumo eccessivo che sta minando la sopravvivenza delle generazioni future. Utilizziamo ciò che già esiste! Ecco perché Verde Salvia Home si è posta come obiettivo primario quello di impiegare per i propri cuscini, tappeti, coperte e tessili per la casa in generale tessuti di alta qualità già esistenti, che richiedono nuova vita.

Quando acquistiamo cerchiamo di essere consapevoli di ciò che stiamo facendo. Ci è davvero così utile comprare quei due prodotti a basso costo che in poco tempo saranno usurati? Oppure possiamo limitare i nostri acquisti ad uno solo di maggiore qualità e che sia stato realizzato con coscienza?

Non facciamoci guidare dall’impulso: impariamo ad innamorarci dei prodotti giusti con consapevolezza e tanto, tanto cuore!